Visitando i piccoli feudi della pizza:
Spaccanapoli e i Tribunali

Una bella passeggiata per Spaccanapoli può iniziare da Piazza del Gesù Nuovo, la quale può essere considerata il punto di cerniera tra la città antica greco-romana e gli ampliamenti ad occidente, iniziati in epoca altomedioevale e definiti poi in periodo vicereale con il piano di don Pedro di Toledo. Nel periodo angioino era situata a piazza del Gesù la porta di ingresso alla città; nella prima metà del 1500 essa fu trasportata in corrispondenza dello sbocco della nuova via Toledo - vero e proprio asse portante dello sviluppo urbano - su largo Mercatello, la futura piazza Dante. Per tale singolare posizione, oltre che per le monumentali fabbriche che vi si affacciano, piazza del Gesù può essere definita come uno dei luoghi più importanti della città; la sua configurazione spaziale non deriva da un disegno preordinato, risultando invece proprio dai processi di ampliamento ad occidente del nucleo più antico. Il decumano inferiore lambisce il lato settentrionale della piazza, dove si affacciano l'antico complesso conventuale gesuitico, sede di congregazioni, che oggi ospita il liceo Genovesi, e poi la chiesa barocca del Gesù Nuovo, edificata sulle strutture quattrocentesche del palazzo dei Sanseverino Principi di Salerno. Sul lato opposto, il complesso conventuale di Santa Chiara, fondato da Sancia di Majorca moglie di Roberto d'Angiò, e la chiesa delle Clarisse, con affreschi di cultura giottesca. Il perimetro della piazza è poi chiuso dal palazzo Morisani e dal palazzo Pignatelli di Monteleone, sul lato destro di via Monteoliveto, con lo scenografico portale del Sanfelice. Il fulcro dell'invaso è rappresentato dalla guglia dell'Immacolata, eretta tra il 1747 e il 1750 con i fondi raccolti attraverso una sottoscrizione pubblica promossa dal Gesuita Padre Francesco Pepe.
In precedenza in tale punto c'era una statua equestre, realizzata intorno al 1705 da Lorenzo e Domenico Antonio Vaccaro per Filippo V di Spagna, in occasione di una visita del Sovrano. La statua fu poi distrutta dal popolino nel 1707, all'arrivo degli Austriaci. Il progetto della guglia è di Giuseppe Genoino ed il cantiere fu diretto da Giuseppe di Fiore. All'opera parteciparono due tra i maggiori scultori della metà del '700, Francesco Pagani e Matteo Bottiglieri con le rispettive botteghe. Al primo sono attribuite, al livello inferiore, le statue di Sant'Ignazio e di San Francesco Regis. Sul piano superiore, Bottiglieri eseguì il rilievo della Presentazione di Gesù al Tempio e della Incoronazione e Pagano la Natività della Vergine e la Annunciazione. Quest'ultimo esegui anche i due medaglioni con Luigi Gonzaga e San Stanislao Kotska, oltre all'Immacolata in rame dorato, nel 1753. La Guglia dell'Immacolata è il simbolo della presenza dell'ordine Gesuitico, del suo "consenso" nella città; vera e propria "macchina" di propaganda, caratterizzata da un ricco programma figurativo che deriva i modi espressivi delle esperienze dei seguaci di Bernini tra il 1680 e il 1730, dimostrando, d'altro canto, il grado di autonomia raggiunto dal barocco napoletano.
Nella piazza spicca la splendida Chiesa del Gesù che, costruita tra il 1584 ed il 1601 da Giuseppe Valeriano, si erge sul posto del quattrocentesco Palazzo dei Sanseverino, del quale ha conservato la particolare facciata a punta di diamante opera di Novello da San Lucano (1470). Dedicata all'Immacolata, venne sin dall'apertura detta dal popolo Gesù Nuovo per distinguerla dal Gesù Vecchio all'Università. "Fondatrice" della chiesa viene considerata la Principessa di Bisignano che sovvenzionò largamente la Compagnia, nominandola anche sua erede (il fatto è ricordato nella lapide sulla facciata). L'interno presenta una pianta a croce greca a tre navate con i bracci disuguali inclusi nel perimetro. Considerata uno degli esempi più interessanti del barocco napoletano, vi si possono ammirare opere di Cosimo Fanzago (David e Geremia), Giovanni Lanfranco (Evangelisti, 1638), Jusepe de Ribeira (Storie di Sant' Ignazio), Luca Giordano (Storie di San Francesco), Francesco Solimena (La cacciata di Eliodoro dal Tempio, 1725). Di particolare interesse la lipsanoteca nella Cappella di Sant'Anna: ben 64 busti-reliquiario di santi in legno dipinto, opera di Domenico di Nardo.
Gli edifici che chiudono ai lati la chiesa del Gesù, e che oggi ospitanoistituti scolastici, facevano in origine parte dell'insula monastica dei gesuiti. Quello a sinistra fu costruito nel 1592 come Palazzo delle Congregazioni, sede di varie corporazioni che qui praticavano esercizi spirituali e attività benefiche. L'androne del Liceo Genovesi era in origine la Sacrestia dell'Oratorio dei Nobili, di cui conserva la decorazione a stucchi e i busti degli Apostoli di Giovan Domenico Vinaccia (1682).
Le palestre della scuola sono state ricavate negli ambienti dell'Oratorio dei Nobili e dell'Oratorio delle Dame. Nel primo si possono ammirare l'affresco della volta di Battistello Caracciolo, (la Natività della Vergine, 1630 ca.) e i dipinti nei pennacchi (Santi) di Giovanni Lanfranco (1640 ca.). L'altro ambiente è decorato da un ciclo di affreschi (Storie della Vergine) di Belisario Corenzio. L'edificio alla destra del Gesù, eretto nel 1608, ospitava la Casa Professa (oggi sede dell'Istituto Pimentel Fonseca), della quale rimane, egregiamente preservata, la biblioteca settecentesca, con le scaffalature di legno intarsiato, gli affreschi di Antonio Sarnelli e il pavimento marmoreo.
Altro gioiello monumentale che si erge a ridosso della piazza è la Chiesa di Santa Chiara con il suo magnifico chiostro.
Voluta da Sancia di Maiorca moglie del re Roberto d'Angiò, venne eretta tra il 1310 e il 1328 da Gagliardo Primario nelle forme del gotico - provenzale, con evidenti influssi dell'arte locale. Tipicamente napoletano è l'utilizzo del tufo giallo e del piperno grigio. Unici elementi decorativi della facciata sono il rosone centrale e la cornice del portale. L'interno è ad aula unica con cappelle laterali ricavate direttamente sulla navata. Della ristrutturazione del XVIII secolo, che ne sconvolse l'assetto "ammodernandolo" secondo i dettami del barocco, non resta traccia. Nell'incendio che la devastò per 48 ore dopo il bombardamento del 4 agosto 1943, la decorazione settecentesca andò perduta. Il restauro del dopoguerra ha riportato l'interno all'originaria struttura gotica. Danni notevoli ha subito il corredo scultoreo, in origine ricchissimo, essendo Santa Chiara chiesa di corte degli Angioini, che vi fecero erigere le tombe di famiglia. Da segnalare il Monumento funebre di re Roberto di Giovanni e Pacio Bertini (1343-45), e le Tombe di Carlo Duca di Calabria e di Maria di Valois opera di Tino da Camaino e della sua bottega. Perduti anche gli affreschi di Giotto.
E' possibile ammirare solo i resti martoriati del Compianto sul Cristo deposto, collocato nel Coro delle Clarisse, dal quale le religiose di clausura assistevano alle celebrazioni. Da notare, a tal proposito, le finestrelle di comunicazione tra i due ambienti, che presentano sul lato della chiesa un'acuminata inferriata, preposta a punire gli occhi dei curiosi. Il trecentesco Chiostro Grande (o delle Clarisse) venne trasformato nel Settecento dall'intervento rococò voluto dalla Badessa Ippolita Carmignano e realizzato da Domenico Antonio Vaccaro. Conservata almeno in parte l'originaria struttura medioevale del portico (di cui sopravvivono gli archi ogivali), l'impianto del giardino invece mutò completamente con l'apertura dei due viali ad incrocio. La decorazione del chiostro (1740-42) fu eseguita dai "riggiolari" Donato e Giuseppe Massa, padre e figlio. Le maioliche dei sedili riportano scene di vita settecentesca, con temi tratti dalla vita cittadina così come dal mondo bucolico della campagna, mentre quelle dei pilastri, dalla singolare forma ottagonale, presentano serti e festoni di vite e glicine, che si avvolgono a spirale sino al capitello, realizzato in piperno.
Proseguendo per via Benedetto Croce si giunge in Piazza San Domenico; In origine sull'attuale piazza passavano le mura greche (V secolo). Resti della murazione emersero durante la costruzione dell'obelisco (XVII secolo) e durante uno scavo nel 1943. L'aspetto della piazza si va delineando tra il XV e il XIX secolo, a cominciare dagli interventi operati dagli Aragonesi che la trasformarono in uno dei centri più rappresentativi della città. Risale a questo periodo il Palazzo Petrucci (sulla sinistra), costruito dai Del Balzo e ricostruito da Antonello Petrucci dopo il terremoto del 1456. Conserva un bel portale di forme rinascimentali e il cortile con loggiati di tipo catalano. Al Petrucci si deve anche la scalinata di accesso alla Chiesa di Sant'Angelo a Morfisa, alla sinistra di San Domenico. Dall'altro lato il Palazzo Sangro di Sansevero, eretto verso la metà del XVI secolo. Il ricco portale venne costrutito (1620 ca.) da Vitale Finelli su disegno di Bartolomeo Picchiatti.
Chiude la piazza il Palazzo Casacalenda ricostruito nel XVIII secolo da Mario Gioffredo prima e Luigi Vanvitelli poi. La Guglia di San Domenico fu innalzata tra il 1658 e il 1737 a ringraziamento per la fine della peste del 1656. Sul lato destro della piazza c'è Palazzo Corigliano, palazzo che venne eretto dai Sangro di Vietri nel XVI secolo. La facciata originaria, caratterizzata da un basamento in piperno e da due ordini di lesene ed un fregio scolpito, venne fortemente danneggiata dal terremoto del 1688. Ne restano il portale e parte del basamento.
Il nome attuale deriva dal Duca Agostino Saluzzo di Corigliano che, divenutone proprietario nel 1727, fece eseguire sostanziali rifacimenti sia all'esterno che all'interno. A questo intervento risale la costruzione del secondo piano, inteso come appartamento di rappresentanza del duca. L'interno presenta alcuni ambienti di gusto rococò. La Galleria Grande è decorata con dipinti sia nella volta che alle pareti, risalenti alla seconda metà del XVIII secolo. Un piccolo locale, il Cabinet, che fungeva da studiolo, ha la particolarità di essere totalmente ricoperto da un rivestimento di specchi, realizzato nel 1732 da Filippo Buonocore. Il gabinetto è completato da una ricca decorazione plastica, che si deve a Bartolomeo Granucci.
Attualmente il palazzo ospita alcuni Dipartimenti dell'Istituto Universitario Orientale.
Protagonista indiscussa della piazza è la Chiesa di San Domenico Maggiore, la quale, voluta da Carlo II d'Angiò, fu costruita tra il 1238 ed il 1324. La facciata principale, nascosta all'interno di un cortile, si trova sul lato opposto dell'attuale ingresso, aperto nell'abside in concomitanza con il riassetto dello slargo.
Nella costruzione fu inglobata la più antica chiesa di Sant'Angelo a Morfisa, che ne divenne una sorta di enorme cappella laterale. L'interno presenta una pianta a croce latina, con tre navate e cappelle laterali. Delle originali forme gotiche molto è andato perduto durante i rifacimenti barocchi del XVII secolo. Si devono ai restauri del 1850-53 di Federico Travaglini gli stucchi dorati e colorati di gusto neo - gotico. La seconda cappella a destra (Cappella Brancaccio) conserva un ciclo di affreschi di cultura giottesca (Storie di Santi, 1308-09), opera del pittore Pietro Cavallini. Dalla VII cappella sullo stesso lato, si accede al Cappellone di San Tommaso d'Aquino, sul cui altare si trova un Crocifisso (XIII secolo). Nella Sacrestia (affrescata nella volta da Francesco Solimena, Trionfo dell'ordine dei Domenicani, 1709), sono collocate 45 casse contenenti le spoglie di personaggi legati alla corte aragonese.
Alle spalle della piazza si può visitare uno dei monumenti più interessanti del patrimonio artistico napoletano, la Cappella Sansevero, monumento a cui sono legati diversi racconti, più o meno leggendari.
La Cappella venne fatta costruire nel 1590 da Giovan Francesco di Sangro quale ricovero per un'immagine della Pietà ritenuta miracolosa (ancor oggi visibile in alto sulla parete dell'altare), dalla quale deriva la corretta intitolazione di Santa Maria della Pietà o Pietatella. Si deve al figlio del fondatore, Alessandro, la sua trasformazione nel 1608 in cappella per le sepolture della famiglia. L'aspetto attuale è opera della ristrutturazione settecentesca (1710-71) voluta dal principe Raimondo di Sangro. Eclettico personaggio dalle innumerevoli doti, trasformò la cappella in un "tempio" di cultura massonica, dalla complessa struttura iconografica. Di Antonio Corradini (la Pudicizia) e Francesco Queirolo (il Disinganno) sono i due monumenti dedicati rispettivamente alla madre ed al padre. Di Francesco Celebrano è lo scenografico rilievo dell'altare (Deposizione). La statua del Cristo velato (1753), al centro della navata, si deve a Giuseppe Sanmartino. Nella cavea sotterranea sono conservati due "scheletri", in realtà semplici "macchine - anatomiche", che tanto hanno contribuito alla diffusione di un'immagine favolosa del principe.
Poco oltre piazza San Domenico, proseguendo la visita attraverso Spaccanapoli si incontra la Chiesa di Sant'Angelo al Nilo.
Della chiesa primitiva, fatta edificare dal cardinale Rinaldo Brancaccio tra il 1385 ed il 1401, non resta quasi nulla, se non la facciata originaria su via Mezzocannone, che conserva il portale di marca gotico-catalana. La denominazione deriva dalla vicinanza con la piazzetta nella quale sorge l'antica Statua del Nilo, che indicava la zona della città abitata dagli egiziani in epoca greco-romana. L'aspetto attuale risale alle ristrutturazioni operate nel XVI secolo, che ne modificarono la pianta e crearono una nuova facciata sulla piazzetta, nella quale venne incamerato il portale presistente. L'interno si presenta come un'aula unica, con due sole cappelle laterali sulla destra. In quella del presbiterio fu eretto il Monumento funebre del cardinale Rinaldo Brancaccio (1428), eseguito in forme rinascimentali da Michelozzo e Donatello (rilievo dell'Assunta). E' probabile che i due artisti non siano venuti a Napoli, ma abbiano lavorato il complesso a Pisa, successivamente trasportato e montato in città da Pagno di Lapo Portigiani.
Superata piazzetta Nilo ci si inoltra per la caratteristica via di San Biagio dei Librai, in questa via, nel 1597, venne acquistato il palazzo di Girolamo Carafa quale nuova sede per il Sacro Monte di Pietà, istituzione benefica nata nel 1539 per iniziativa di alcuni nobili napoletani. L'architetto Giovan Battista Cavagna si occupò della ristrutturazione del palazzo e della creazione della cappella di gusto manieristico (1601-04), che si apre nell'ampio cortile. Nella facciata, sia le scritte che la scelta dell'iconografia delle statue (la Carità e la Sicurtà, di Pietro Bernini, e la Pietà di Michelangelo Naccherino, datate al 1601), rimandano alla volontà programmatica di assistenza dell'ente. Forme particolari ha il portale. L'interno, a navata unica, è fittamente decorato da affreschi di Belisario Corenzio, con l'intervento di Luigi Rodriguez e Battistello Caracciolo. Sugli altari tele del XVII secolo (Resurrezione, di Girolamo Imparato; Deposizione, di Fabrizio Santafede; l'Assunta, di Ippolito Borghese). Nella sacrestia, si conserva il Monumento del cardinale Ottavio Acquaviva di Cosimo Fanzago. La Cappella è di proprietà del Banco di Napoli.
Non lungi dalla suddetta cappella si erge il maestoso Palazzo Marigliano, eretto nel 1513 dall'architetto Giovanni Donadio (detto il Mormando), quale dimora di Bartolomeo di Capua, Principe della Riccia e Conte di Altavilla. Si presenta nelle pregevoli forme dell'architettura rinascimentale napoletana, vivacizzate nella facciata dall'alternanza dei bianchi e dei grigi di marmo e piperno e dalle finestre di diverse dimensioni. Sulle cornici che decorano il secondo ordine è inciso il motto MEMINI. Nel XVIII secolo diversi interventi hanno in qualche modo snaturato l'originaria simmetria, data soprattutto dall'alternanza di pieni e di vuoti. In tale periodo, infatti, il portale venne sostituito con uno dalle forme più semplici, ma soprattutto furono aperte nel basamento delle aperture per alloggiare nuove botteghe. All'interno, il salone conserva i resti dell'affresco di Francesco de Mura (Carlo di Borbone salvato nel 1744 da Bartolomeo di Capua nella battaglia di Velletri), andato quasi interamente distrutto durante i bombardamenti del 1942. Un'iscrizione sotto la volta ricorda che nel 1701 il palazzo fu teatro della congiura di Macchia. Il palazzo è sede della Soprintendenza Archivistica della Campania.
Parallelo all'itinerario descritto ve ne è un altro, altrettanto interessante, che potremmo fare iniziare a piazza Bellini, piazza che nasce quale felice risultato delle stratificazioni storiche che vi si sono succedute. Essa accoglie, ancora oggi, i resti di un tratto della murazione greca, portati alla luce dagli scavi condotti nel 1954. L'attenzione degli studiosi si è concentrata sul muro che, all'estremità meridionale del tratto esplorato, piega verso NordOvest con andamento non ortogonale rispetto alla cortina stessa, interpretato come parte di una torre annessa alla porta che doveva aprirsi allo sbocco del decumano massimo.
A seguito dell'ampliamento delle mura disposto nel 1543 da Don Pedro de Toledo, l'area, originariamente esterna alla città, viene urbanizzata. Tale situazione è testimoniata dalla veduta del Lafrery (1566), nella quale si legge l 'apertura di via Costantinopoli, già accompagnata da costruzioni civili, mentre all'attuale piazza corrisponde ancora uno slargo informe. Un secolo più tardi, la costruzione di nuovi edifici contribuisce ad una prima definizione dell'invaso spaziale. Ma l'attuale configurazione della piazza la rileviamo solo nel 1775, nella mappa del Duca di Noja. Tra le principali emergenze architettoniche va menzionato anzitutto palazzo Conca. E' uno dei maggiori edifici quattrocenteschi della città, come ancora oggi si può rilevare dai resti del portale ad arco depresso inscritto in un rettangolo, nonché dal paramento murario a conci di piperno squadrati. Nel 1637 le monache di Sant'Antonio acquistano il palazzo, che viene annesso al contiguo convento, nel lato breve della piazza. Il corpo di fabbrica viene trasformato non solo all'interno, ma anche nella facciata: le finestre, originariamente su due ordini, vengono murate per creare nuove aperture, secondo un diverso ritmo. L'insediamento conventuale di Sant'Antoniello a Port'Alba venne fondato nel XVI secolo a ridosso della murazione greca. Nell'epoca dell'annessione di palazzo Conca, verrà interessato da sostanziali lavori di trasformazione. Ulteriori interventi si hanno nel XVIII secolo con la creazione della monumentale scala di piperno e marmo a doppio rampante, scenografico fondale della piazza, nonché con l'inserimento di decorazioni a stucco sulla facciata.
Chiude sul lato opposto la piazza il palazzo Firrao dei principi di Sant'Agata, che oggi si presenta nella sua ricca veste barocca dovuta ai lavori realizzati da Giacinto e Dionisio Lazzari, su progetto, forse, di Cosimo Fanzago. Il primitivo impianto del palazzo risale al XVI secolo e di tale configurazione originaria permangono leggibili, oltre ad alcuni elementi scultorei in marmo, le finestre dell'ordine superiore e il marcato cornicione aggettante su mensole. Su piazza Bellini si affaccia Sant'Antonio delle Monache a Port'Alba. La fondazione del convento, più noto come Sant'Antoniello, risale al 1564 per volere di Suor Paola Cappellani. Un intervento compiuto nel 1637 per ampliare il monastero inglobò nella struttura originaria il vicino palazzo dei Principi di Conca. A seguito di questi rifacimenti, venne chiusa la facciata originaria, di cui si osservano ancora i resti del portale originale. L'attuale prospetto venne realizzato nel XVIII secolo, assieme al grande scalone a doppia rampa. L'interno della chiesa si presenta secondo le forme barocche, con una ricca decorazione a stucco. L'altare è in commessa marmorea, con inserti di madreperla. Mentre il dipinto dell'altare maggiore (Santa Cecilia in estasi, di Bernardo Cavallino) dopo varie vicissitudini si trova ora nel museo di Capodimonte, sugli altari laterali si ammirano ancora le tele di Antonio Sarnelli (San Giuseppe, 1780) e di Ferdinando Castiglia (San Filippo Benizza).
Alle spalle di piazza Bellini sorge il complesso monumentale di San Pietro a Majella.La chiesa, eretta tra la fine del XIII e gli inizi del XIV secolo per volontà di Giovanni Pipino da Barletta, è dedicata a Pietro da Morone, l'eremita salito al soglio pontificio col nome di Celestino V. L'impianto attuale è rettangolare, a tre navate, con cappelle laterali ed absidali. L'edificio originario, di minori dimensioni, era a pianta quadrata. L'ampliamento (1493-1508), ottenuto con l'avanzata della facciata e l'inglobamento dell'atrio, fu determinato dalla necessità di ospitarvi un'altra comunità di Celestini, che aveva ceduto il proprio convento. Coevi al periodo di costruzione della chiesa sono i cicli di affreschi di due cappelle del presbiterio (raffiguranti Storie di San Martino e Storie della Maddalena), vicini stilisticamente alle opere napoletane di Giotto e Simone Martini. Al rifacimento barocco del XVII secolo, che ne alterò di molto l'aspetto, si deve, tra l'altro, il soffitto ligneo a cassettoni decorato con tele di Mattia Preti (Storie della vita di Celestino e Storie di Caterina d'Alessandria). Il convento annesso alla chiesa ospita il Conservatorio di Musica
A ridosso di piazzetta Miraglia è possibile visitare un piccolo gioiello di architettura sacra del rinascimento napoletano: la Croce di Lucca. La chiesa, eretta nel 1537 assieme all'annesso monastero di suore carmelitane, è dedicata al Crocifisso venerato nel Duomo di Lucca. Coevo alla costruzione della chiesa è il soffitto ligneo a cassettoni intagliati e dorati, in cui è collocato il dipinto attribuito a Giovan Vincenzo Forlì (Madonna del Carmine e Santi, inizi XVII secolo). Opera dell'architetto Francesco Antonio Picchiatti è l'intervento che tra il 1643 ed il 1654 determinò l'ampliamento del monastero e la costruzione del chiostro. Al Picchiatti si deve anche l'ideazione dell'apparato decorativo dell'interno, realizzato da Pietro Barberiis (1684-88). Della complessa struttura monastica sopravvive oggi la sola chiesa. Agli inizi di questo secolo, infatti, vennero abbattuti il convento delle carmelitane e quello della Sapienza per far posto ad edifici destinati alle cliniche universitarie. La Croce di Lucca avrebbe dovuto patire medesima sorte, ma venne risparmiata grazie all'intervento degli intellettuali dell'epoca. La chiesa subì comunque un taglio di circa sette metri dal lato della tribuna, in seguito al quale vennero trasferiti in altri luoghi sia l'altare settecentesco che due tele di Nicola Maria Rossi.
Proseguendo per via Tribunali fino all'incrocio con via Duomo e resistendo all'allettante odore che si leva dalle caratteristiche pizzerie della zona, bisogna soffermarsi in almeno tre luoghi sacri di impareggiabile bellezza ed incredibile fascino: il Purgatorio ad Arco, San Paolo Maggiore e San Lorenzo Maggiore.
La costruzione della chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco si deve all'iniziativa di una congregazione fondata nel 1604 da un gruppo di nobili napoletani allo scopo di raccogliere fondi per la celebrazione di messe in suffragio delle anime del purgatorio. Fu edificata nella zona detta "ad Arco" per la presenza di una torre medioevale, poi demolita, posta a cavallo tra via Tribunali, via Atri e via Nilo. Il tema della morte ricorre insistente nella singolare decorazione fatta di teschi, ossa, clessidre (i macabri ornati della facciata si debbono alla ristrutturazione operata da Cosimo Fanzago nel 1652). Una particolare forma di devozione è riservata ancor oggi ai teschi bronzei posti su pilastri all'ingresso davanti ai quali vengono posti giornalmente dei fiori. Allo stesso modo sono oggetto di venerazione i resti umani conservati nel cimitero sotto la chiesa.
L'interno, a navata unica con cappelle laterali, conserva tele del XVII secolo (la Madonna delle Anime Purganti di Massimo Stanzione; la Morte di Sant'Alessio di Luca Giordano; il Transito di San Giuseppe di Andrea Vaccaro). La basilica paleocristiana di San Paolo Maggiorevenne edificata nell'VIII secolo per celebrare la vittoria dei Napoletani sui Saraceni (788-89). Costruita sul sito in cui si apriva originariamente il foro greco-romano, sorse sui ruderi del Tempio dei Dioscuri, di cui conservava il portico ed il timpano. Dopo i crolli per il terremoto del 1688, dell'antico tempio restano due colonne corinzie ai lati dell'ingresso. A partire dalla fine del XVI secolo, subentrati i Padri Teatini, l'edificio fu sottoposto ad una radicale ristrutturazione, affidata all'architetto Francesco Grimaldi e passata poi a Giovan Battista Cavagna. Più tardi (1626-30), Giovan Giacomo di Conforto provvide alla realizzazione delle navate laterali. L'interno è a croce latina, con tre navate e cappelle laterali. La facciata si deve al progetto settecentesco di Giuseppe Astarita (1773). La volta era in origine decorata da affreschi di Massimo Stanzione (1644), gravemente danneggiati dai bombardamenti del 1942. La sacrestia conserva un ciclo pittorico di Francesco Solimena (la Caduta di Simon Mago, la Conversione di San Paolo ed Allegorie delle Virtù, 1689-90).
La Basilica di San Lorenzo è uno degli esempi più interessanti di stratificazione artistica. Il primitivo impianto della chiesa risale infatti al XIII secolo, anche se ha subito, soprattutto nel Seicento e nel Settecento, ampi rimaneggiamenti che ne hanno notevolmente modificato l'impianto originario. La chiesa sorge su una struttura medievale e in luogo di una basilica paleocristiana. Fu costruita per volere di Carlo I d'Angiò. I lavori furono avviati nel 1270-1275 da maestranze francesi e si conclusero nella prima metà del secolo successivo ad opera di maestranze locali. Evidente la mescolanza di stili: gotico francese per l'abside, gotico - francescano per il resto. In epoca barocca la chiesa venne completamente rinnovata. La facciata, che conserva incastonato l'originario portale marmoreo dell'epoca di re Roberto, è opera di Ferdinando Sanfelice (1742). All'interno dell'abside è il Sepolcro di Caterina d'Austria (ca.1323), il primo monumento eseguito a Napoli da Tino da Camaino. Il volto attuale della chiesa si deve al restauro del 1944.
Gli scavi eseguiti presso la basilica hanno messo in luce una complessa stratificazione. Sotto la chiesa sono apparsi i resti della basilica paleocristiana, costituita da una aula a tre navate con abside sul fondo, preceduta da un quadriportico. Sotto la Sala Capitolare è emerso un edificio altomedioevale, forse uno dei seggi della città. Tali strutture si erano sovrapposte ad un complesso della seconda metà del I secolo d.C., a sua volta impiantatosi su preesistenze del IV secolo a.C., identificato come il "macellum". L'edificio aveva l'ingresso sulla plateia di via Tribunali ed era costituito da un porticato su cui aprivano le botteghe e che cingeva una zona scoperta pavimentata a mosaico. Parti di esse sono visibili nel chiostro del convento, due metri sotto l'attuale calpestio. La strada può considerarsi uno degli stenopoi dell'impianto urbano, in allineamento con l'attuale vico Giganti e perpendicolare alla plateia di via Tribunali, cui era collegata probabilmente per mezzo di una rampa. Alla fine del V secolo d.C., strada ed edifici furono invasi da una colata di fango, causata probabilmente da un'alluvione. Il riempimento proseguì in epoca successiva fino alla costruzionedella basilica paleocristiana.


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